Referendum, magistrati e società civile a confronto
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Referendum, magistrati e società civile a confronto


Si è tenuto presso il Chiostro delle Clarisse l’incontro pubblico dedicato alle ragioni del NO nel prossimo referendum sulla Riforma Nordio. L’iniziativa è stata organizzata dal comitato “Giusto dire NO”, in collaborazione con le associazioni DARF APS e ARCI, per offrire alla cittadinanza un momento di riflessione profonda su temi che toccano i pilastri della convivenza civile.

L’apertura dei lavori è stata affidata a Michele De Marco, ingegnere e operatore culturale, che ha proposto una disamina della Riforma Nordio attraverso una metafora ingegneristica. De Marco ha paragonato l’impianto giudiziario a una struttura complessa, spiegando come interventi parziali e scoordinati rischino di compromettere la stabilità dell’intero edificio costituzionale. Secondo questa visione, una riforma che non tiene conto delle tensioni interne e della tenuta dei pilastri fondamentali — come l’indipendenza della magistratura — è destinata a produrre cedimenti strutturali piuttosto che efficienza.

​A supporto della sua analisi, De Marco ha presentato un breve video documentale che ha messo a nudo le palesi contraddizioni e i mutamenti di rotta di coloro che oggi si fanno promotori della proposta. Il filmato ha evidenziato lo scollamento tra le dichiarazioni passate e l’attuale direzione politica.

A tracciare il perimetro tecnico è stato poi il magistrato Marco Guida, presidente della seconda sezione penale del Tribunale di Bari. Con un’illustrazione generale del testo normativo, Guida ha chiarito i punti cardine della riforma, offrendo alla platea gli strumenti necessari per decodificare quesiti che rischiano di nascondere, dietro slogan semplificatori, cambiamenti profondi nell’assetto costituzionale dello Stato.

​Il dibattito è entrato nel vivo con l’analisi operata dalla magistrata Maria Christina De Tommasi, sostituto procuratore della Repubblica a Bari. Il punto focale del suo intervento è stato il quesito riguardante la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti. De Tommasi ha messo in guardia contro la volontà di creare un muro tra chi accusa e chi giudica, definendo questo possibile scenario come un arretramento culturale senza precedenti. Se il Pubblico Ministero smette di appartenere alla stessa “famiglia culturale” del giudice, smetterà di cercare la verità per iniziare a cercare solo la vittoria processuale.

​Approfondendo il tema, la magistrata ha evidenziato come la nostra Costituzione preveda oggi un PM educato al dubbio e obbligato a cercare anche le prove a favore dell’indagato. Separare le carriere significherebbe trasformare il magistrato inquirente in un “avvocato dell’accusa”. Questo sistema, secondo De Tommasi, priverebbe il PM della “cultura della giurisdizione”, ovvero di quella sensibilità necessaria a fermarsi quando le prove non reggono, riducendo il cittadino a un ingranaggio in una gara tra apparati contrapposti.

L’intervento di Mariarosaria Lippolis, insegnante e operatrice culturale, ha riportato la Giustizia alla sua dimensione sociale e ai risvolti che essa produrrà per cittadine e cittadini. Il suo monito è stato netto: se il giudice smette di essere indipendente e deve rispondere al potere politico, il cittadino resta privo di protezione. Qualora l’autonomia del giudiziario venisse “disattivata” da meccanismi come il sorteggio o un CSM indebolito, la magistratura diventerebbe un semplice ufficio amministrativo del governo, annullando ogni difesa contro gli abusi di chi comanda.

Lippolis ha poi analizzato il rischio legato alla nuova Alta Corte Disciplinare. Se la nomina di questo tribunale per magistrati fosse influenzata dai partiti, si creerebbe un’arma di pressione costante: un giudice chiamato a decidere su casi scomodi potrebbe cedere al conformismo per timore di sanzioni, distruggendo la serenità necessaria al giudizio. In questo senso, la riforma non risolverebbe la lentezza dei processi, ma colpirebbe l’unica garanzia dei cittadini: la libertà di chi li deve giudicare.

Nella conclusione, Lippolis ha sostenuto come questo referendum sfrutti la stanchezza dei cittadini verso una giustizia lenta per proporre soluzioni che non velocizzeranno di un solo giorno i processi, ma indeboliranno l’indipendenza della magistratura. È una riforma fatta per il potere, non per il cittadino.

Il suo invito al NO è un impegno verso le nuove generazioni: la scelta di una giustizia che rimanga l’ultimo baluardo per chi non ha potere contro chi ne ha troppo, agendo come un atto di resistenza intellettuale per proteggere la libertà di tutti.

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