Noci in festa per l’ordinazione sacerdotale di don Vitantonio Goffredo
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Noci in festa per l’ordinazione sacerdotale di don Vitantonio Goffredo


Una celebrazione solenne, partecipata e profondamente intensa ha accompagnato, questa mattina, l’ordinazione presbiterale di don Vitantonio Goffredo, avvenuta nella suggestiva cornice della comunità monastica della Madonna della Scala. Un momento atteso e condiviso, che ha riunito fedeli, sacerdoti, autorità civili e religiose, familiari e amici, in un clima di raccoglimento e gioia. La liturgia, presieduta dal vescovo della diocesi di Conversano-Monopoli, mons. Giuseppe Favale, si è inserita nel tempo pasquale, richiamando il senso più profondo della risurrezione come presenza viva nella storia e nella vita dei credenti. Nel corso dell’omelia, il vescovo ha sottolineato il valore di questa chiamata, definendola un passaggio decisivo nel cammino vocazionale di don Vito, che “oggi viene configurato pienamente a Cristo, volto visibile della misericordia del Padre”, diventando strumento della grazia e segno concreto dell’amore di Dio per l’umanità. Un invito chiaro a vivere il ministero come testimonianza autentica, radicata nell’incontro personale con Cristo: “Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” ha ricordato, indicando queste parole come programma di vita sacerdotale.
Ripercorrendo la storia vocazionale del novello sacerdote, il vescovo ha richiamato i vent’anni trascorsi nella comunità della Scala, iniziati nel 2006 dopo l’esperienza nei seminari di Conversano e Molfetta. Un cammino segnato dalla spiritualità benedettina, scandito dalla preghiera, dal silenzio e dal lavoro quotidiano, che ha contribuito a formare una profonda familiarità con il Signore e una solida maturità interiore. Parole di apprezzamento sono state espresse anche per la comunità monastica, custode di una testimonianza preziosa per tutta la Chiesa, chiamata a mantenere vivo il primato della preghiera e della contemplazione.
A portare il saluto della comunità civile è stato il sindaco Francesco Intini, che ha voluto evidenziare il valore umano e spirituale di don Vito e dei monaci della Scala: “Ciò che colpisce è la loro umiltà, un sentimento che oggi sembra smarrito. Don Vito ha sempre vissuto il suo servizio con semplicità, spirito di collaborazione e costruzione. In un mondo attraversato da conflitti e divisioni, da qui oggi parte un messaggio forte: costruire un mondo solidale, libero e fondato sulla fraternità”.
Particolarmente sentito anche il saluto dello stesso don Vitantonio Goffredo, visibilmente emozionato nel rivolgersi all’assemblea. Nel suo intervento ha ripercorso le tappe della propria vocazione attraverso due parole chiave: “dono e mistero”, ispirate all’omonimo testo di San Giovanni Paolo II. “La mia vita – ha affermato – è segnata da queste due coordinate: tutto è dono e mistero”. Un pensiero che ha attraversato i ricordi della famiglia, dei vescovi che lo hanno accompagnato, dei sacerdoti incontrati lungo il cammino e delle comunità formative, fino all’esperienza monastica della Scala, vissuta “con semplicità e nell’unità”.
Tra i banchi, presente e partecipe, la sua amata famiglia, punto di riferimento costante lungo tutto il percorso vocazionale. Momento particolarmente commovente è stato l’abbraccio con il fratello Giuseppe, anch’egli sacerdote, segno di un legame profondo che ha reso ancora più intensa e significativa la celebrazione.
Non sono mancate riflessioni più profonde sul senso della vocazione e sul mistero della fede, con interrogativi affidati a Dio e uno sguardo al mondo contemporaneo, segnato da contraddizioni e sofferenze. Ma anche una certezza: “Se davvero conoscessimo il Signore Gesù Cristo come vivente e risorto, questo mondo diventerebbe un paradiso”.
Al termine della celebrazione, don Vito ha rivolto un ringraziamento corale a quanti hanno contribuito alla riuscita della liturgia, dalle autorità ecclesiastiche al servizio liturgico, dal coro ai volontari, fino a tutti i presenti, segno concreto di affetto e vicinanza. Una giornata che resterà impressa nella memoria della comunità, non solo come traguardo personale, ma come segno di speranza e rinnovamento per tutta la Chiesa e per il territorio.

 

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